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25/01/2018
7 Luoghi comuni da sfatare sulle BCC. L'opinione del Direttore Generale di Federcasse Sergio Gatti

Ci sono almeno 7 luoghi comuni che condizionano la percezione del mondo delle banche di comunità, grandissima parte delle quali sono banche mutualistiche. “Liberarsi dalla suggestione delle affermazioni che finiscono per essere accettate per il solo fatto di essere ripetute non è una cosa agevole”, scriveva Federico Caffè citato da Andrea Boitani nel suo libro sui luoghi comuni dell’economia.

Concentriamoci su alcune di esse, proviamo ad analizzarle senza trascurare il fatto che ciascuno dei 7 luoghi comuni ha in sé elementi veri ma che vanno di volta in volta collegati ad altri elementi e con essi confrontati, approfonditi, bilanciati, contestualizzati. In genere i luoghi comuni rischiano di condizionare le decisioni.

Partiamo allora per un breve viaggio in 7 tappe per provare a riconciliare la realtà percepita con quella reale, la narrazione superficiale o interessata con le evidenze numeriche.

1) In Europa ci sono troppe banche?

Nell’area euro le banche erano 4.773 al dicembre 2017. Negli Usa 5.900 che diventano 11.700 includendo nel calcolo anche le 5.800 Credit Unions. In totale, l’80 per cento in più di quelle dell’eurozona (Dati FBE e Tesoro Usa elaborati dall’Abi.). L’eccessiva bancarizzazione, spiega un autorevole Organismo europeo già da quattro anni, l’European Systemic Risk Board (ESRB), si riferisce guarda caso non all’eccessiva numerosità delle banche ma al peso eccessivo di un numero troppo esiguo di banche molto grandi (ESRB, Rapporto 2014: “La grande dimensione del sistema bancario europeo e la dimensione delle banche più grandi dell’UE sono due fenomeni correlati. In un certo senso, questi fenomeni sono due facce della stessa medaglia”.

2) Le imprese italiane sono troppo piccole?

Il 99,9% delle imprese italiane sono di piccola o media dimensione (Pmi). Il 95,3% hanno meno di 10 dipendenti. Ma le Pmi generano l’80% dei posti di lavoro e il 70% del valore aggiunto (Dati Eurostat, Abi, DIW Econ). Con questa morfologia imprenditoriale, l’economia italiana vanta in Europa primati sconosciuti o negati: primo paese per valore aggiunto agricolo, secondo per valore della produzione manifatturiera, secondo paese per pernottamenti di turisti stranieri (come ricorda M.Fortis – Il Foglio 10 maggio 2017).

3) Le piccole banche cooperative/di territorio non hanno futuro nel mercato bancario italiano?

Il maggior numero di imprenditori dell’Unione europea a 28 Stati si registra in Italia (3,8 milioni), seguita da Francia (3,5 milioni), Spagna (3 milioni), Germania (2,8 milioni) e Regno Unito (2,3 milioni) (Dati Eurostat, Business demography statistics, 2017). Le banche mutualistiche sono per genesi quelle più vicine ai micro e piccoli imprenditori. I due modelli tipicamente italiani (imprenditorialità diffusa e banche di comunità) si integrano. Le BCC sono leader di mercato nel credito erogato proprio ai tre pilastri dell’economia: piccola manifattura e artigianato (22%), alloggio e ristorazione (turismo) (19%), agroindustria (19%) (Dati dal Bilancio di coerenza 2017 del Credito Cooperativo, Federcasse/Ecra).

Naturalmente occorre innovare. Soprattutto conoscenze, competenze, modalità di servizio. E la mutualità digitale offre una straordinaria opportunità di innovazione originale.

4) Le banche locali hanno svolto una funzione anticiclica ma hanno imbarcato troppe sofferenze?

Le banche mutualistiche, in particolare, hanno saputo finanziare l’economia reale anche in congiuntura avversa. Nella grande crisi 2007-2014, la funzione anticiclica delle BCC in condizioni di relativa sostenibilità è autorevolmente documentata da Autorità indipendenti (Banca d’Italia, Quaderni di Economia e Finanza, n. 324, marzo 2016). Hanno dato più credito, ad un prezzo più conveniente, con tassi di ingresso in sofferenza più bassi della concorrenza.

Questa “prossimità” (fisica e gestionale) anche in fasi di ciclo economico negativo avrebbe esposto, secondo alcuni, le banche di territorio a condizionamenti ambientali. Nessuno nega rari episodi di mala gestio, ma in generale le BCC hanno saputo gestire meglio della media dell’industria bancaria il credito alle piccole e alle micro imprese mentre risultano nella media per quanto riguarda il credito alle imprese maggiori.

La banca di relazione risulta dunque meno rischiosa (come evidenzia ancora il Bilancio di Coerenza 2017 del Credito Cooperativo). Recenti analisi hanno anche dimostrato che la dinamica del credito alle piccole imprese è rimasta compressa anche dopo il ritorno alla crescita dell’economia probabilmente “per la minore propensione delle banche a finanziare clientela di piccola dimensione a causa della maggiore incidenza dei costi fissi oppure per la difficoltà ad adattare i metodi di valutazione del merito di credito basati sull’informazione qualitativa ai rilevanti cambiamenti tecnologici e regolamentari in corso” (Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza, n. 371, febbraio 2017). La presenza di banche locali radicate nei territori ha consentito di mitigare l'impatto sulle piccole imprese.

5) La finanza d’impatto è una delle novità del mercato finanziario?

La finanza mutualistica è per definizione finanza ad impatto sociale (se la chiamassimo social impact mutual finance sarebbe indubbiamente più intrigante). L’indicatore di impatto della finanza geo-circolare elaborato da Federcasse a partire dal 2016 mostra come per ogni 100 euro di risparmio raccolto nel territorio, le BCC ne impiegano in media 85. Di questi, almeno il 95% diventa credito all’economia reale di quel territorio. Ne beneficiano lavoro e reddito (Bilancio di Coerenza 2017 del Credito Cooperativo).

Nessun altro tipo di banca svolge in Italia questa funzione di valorizzazione del risparmio delle comunità. Le BCC sono di fatto soggetti generativi di cambiamento, di auto-sviluppo e di sostenibilità sia sociale sia ambientale.

6) Le banche di territorio non intercettano l’innovazione?

Dal settembre 2013 al giugno 2017 - sono dati del Ministero dello Sviluppo Economico - il Fondo Centrale di Garanzia per le Pmi ha garantito 2.243 pratiche per oltre 477 milioni di euro a favore di start up innovative.

Le banche minori, in prevalenza BCC, hanno finanziato il 20% delle pratiche e il 17% del totale degli importi erogati (Bilancio di Coerenza 2017 del Credito Cooperativo).

7) Il Credito Cooperativo è a rischio di instabilità?

Qualcuno ha cominciato a dirlo tre anni fa per fare pressione sul Governo affinché si intervenisse con urgenza sul Testo Unico Bancario negli articoli che regolano l’attività delle BCC. Federcasse, in collaborazione con Confcooperative, riuscì a bloccare un decreto legge che avrebbe chiuso l’esperienza delle banche cooperative mutualistiche. Si costruì con il Governo, il Parlamento e l’autorità di Vigilanza una buona legge. Nel frattempo la riforma deve ancora essere portata a termine e gli strumenti dei futuri gruppi cooperativi non sono ancora disponibili. Tuttavia, le diverse situazioni delle banche che erano state definite "a rischio" sono state risolte in modo ordinato e nessuno dei disastri temuti si è verificato.

I commissariamenti di BCC sono stati tutti gestiti attraverso articolate misure di intervento, evitando casi di default. A volte anticipando forme di operazioni poi utilizzate per risolvere le crisi di alcune grandi banche. In un caso anche ricorrendo al vaglio della la Commissione Ue per la Concorrenza, che autorizzò l’intervento del Fondo di Garanzia dei Depositanti a favore di una BCC in crisi in quanto “aiuto di Stato compatibile con i Trattati comunitari”. (Commissione Europea, DG Concorrenza, Statement 15/5409, State aid: “Commission approves liquidation aid for Italian Banca Romagna Cooperativa”, 18 luglio 2015).

Altre crisi di BCC sono state superate con operazioni aggregative interne al sistema anche ricorrendo a risorse proprie per il tramite di Fondi di garanzia obbligatori o volontari. La patrimonializzazione complessiva delle BCC è rimasta elevata nonostante la bassa redditività e gli oneri sopportati per sostenere le soluzioni delle crisi interne e partecipare al finanziamento ordinario (123 milioni) e straordinario (300 milioni) del Fondo di Risoluzione (Dati Bilancio di Coerenza 2017 del Credito Cooperativo).

Il contribuente italiano non ha, pertanto, dovuto pagare nulla per la soluzione delle crisi delle BCC. Altre categorie di intermediari non sembrano aver avuto la stessa lungimiranza nel dotarsi di strumenti e adeguare la capacità di “autoriparazione”.

E’ necessario allora tenere gli occhi aperti. Le fake news possono indurre scelte sbagliate. Anche i luoghi comuni possono condizionare e spingere a compiere valutazioni incomplete. E forse anche a decidere politiche, strategie, norme e policies sbagliate.